Storia, tradizione, passato da una parte; attuale, presente, nuovo dall’altra.
Il contemporaneo diventa a tutti gli effetti uno sguardo preferenziale sulla piattaforma di una tradizione a volte ingombrante che attanaglia la città in un sonno, una stasi, latenti.
Quali sono secondo te le potenzialità dell’arte contemporanea come strumento di lettura del nostro passato?
La storia non è data, è da scrivere, è pura fiction, come un romanzo. Per questo non mi interessa la storia del passato ma solo la storia del futuro. Sono sempre stato ossesisonato dall’autostoricizzazione, ossia decidere che posto occupare nella storia e prendermelo senza convenevoli, magari servendosi di qualche trucco e scorciatoia. L’intero movimento della net.art è un ottimo esempio di come la storia possa essere creata e manipolata a tavolino. Quando nel 1995 sostenevo che nell’arco di dieci anni saremmo stati nelle enciclopedie e nei manuali di storia dell’arte la gente credeva scherzassi. Oggi non hai che andare in libreria e verificare.
Che tipo di riflessioni ti ha indotto a fare un progetto del genere?
Quando vivevamo a Berlino, nel 1996, avevamo affisso una targa fuori dal portone di casa nostra in cui si diceva che in quell’edificio aveva vissuto il noto Dadaista Berlinese Johannes Baader, ai tempi uno dei nostri artisti preferiti. Siccome l’insegna aveva un aspetto serio, istituzionale, nessuno la mise mai in dubbio. Noi mostravamo agli interessati la stanza dove Baader, nel 1920, aveva edificato il suo Plasto Dio Dada Drama, e raccontavamo sempre nuove versioni della sua storia, che tutti prendevano molto seriamente. Un docente dell’Università arrivò ad inserire questi aneddoti nel suo studio sul Dada berlinese. Questo ci fece capire il “potere dell’apparenza”, come basti un aspetto credibile, in quel caso la targa, a far calare le “difese immunitarie” dell’intelletto, e così trasmettere ogni sorta di messaggio. Chi controlla il presente decide il passato, chi controlla il passato influenza il futuro.
Hai mai lavorato su un progetto simile, non in termini formali (site-specific) ma in termini di contenuti? Quale è stato il tuo approccio al lavoro? Quanto cambia l’approccio rispetto ad un lavoro commissionato da una galleria o un museo?
Sì, ad esempio Nike Ground: una performance durata un mese, nella quale si faceva credere che la Nike avesse comprato Karlsplatz, storica piazza di Vienna, per rinonimarla Nikeplatz. Abbiamo installato a Vienna un container ultramoderno di tredici tonnellate, aperto al pubblico, nel quale si poteva ammirare il progetto per un monumento gigantesco a foma di logo della Nike che sarebbe stato costruito nella piazza, abbiamo attivato una linea telefonica dedicata e distribuito migliaia di volantini. Insomma, una campagna pubblicitaria in pieno stile “Corporate”, perfettamente credibile, ma realizzata per fini artistici, che ha scatenato la reazione dei cittadini, dei media e della Nike.
Troppi artisti vogliono scandalizzare, sovvertire e provocare all’interno della riserva protetta dell’arte, e dopo cent’anni di sta roba ne abbiamo veramente piene le palle. È impossibile ottenere una reazione autentica da un pubblico che si reca appositamente in uno spazio preciso e ben connotato per provare delle emozioni. Se vuoi veramente colpire qualcuno fallo quando meno se lo aspetta, non quando ha pagato un biglietto per farsi colpire.
Quale è stata la tua reazione alla possibilità di lavorare ad un progetto in una città che non ha nessuna riferimento nel contemporaneo – voglio dire al sistema dell’arte (gallerie, critici, musei, riviste), l’unica fiera che esiste, Vitarte, è ancora troppo giovane e assolutamente incapace di fronteggiare i colossi nazionali – e che vive una situazione di totale decentramento. Stimolo o frustrazione?
Il centro del sistema artistico contemporaneao è New York, che durante le due Guerre mondiali ha sostituito Parigi. Dal punto di vista del sistema dell’arte qualunque città che non sia New York è da considerarsi periferia. Noi preferiamo cercare l’ispirazione e produrre arte non nel centro ma piuttosto nelle periferie del mondo. Ljubljana, ad esempio, con artisti come la NSK, o Bologna, ai tempi di Luther Blissett, sono stati luoghi di enorme ispirazione per noi. Poi, una volta creata l’arte, bisogna fare i conti col centro per promuoverla e venderla, per storicizzarla, ma non bisogna confondere le due fasi: si crea in periferia, e si promuove nel centro.
La città diventa in questo caso museo all’aperto; la fruizione anche se poco avvezza all’arte contemporanea sarà molto più ampia rispetto ai luoghi tradizionalmente deputati ad accogliere l’arte se non altro per le dimensioni del progetto. Quello che noi curatori ci aspettiamo è una risposta attiva da parte di un pubblico stimolato da interventi di vario genere non solo in termini formali ma anche di contenuto.
Quanto è importante per te il pubblico, che tipo di reazione ti aspetti da parte di questo?
Le nostre opere spesso si rivolgono ad un pubblico casuale, inconsapevole: un colossal in uscita nelle sale, una campagna pubblicitaria “della Nike” particolarmente innovativa, il sito “ufficiale” della Santa Sede o un bizzarro artista Serbo ultra-radicale. Le nostre storie si diffondono attraverso i quotidiani e le riviste, per le strade ed in TV, te ne parla il tuo vicino di casa. Si diffondono con ogni media per diventare moderni miti. Il nostro pubblico non sa di essere parte integrante di un’opera, e quindi reagisce in modo diretto e autentico: non “arte pubblica”, ma il “pubblico come arte”. Solo in una seconda fase esponiamo i frutti di queste performance all’interno degli spazi e dei tempi dell’arte - musei, Biennali, gallerie - rivolgendoci al pubblico dell’arte.
Avete dichiarato più volte che il vostro maggior interesse sta nella comunicazione del messaggio “con ogni medium necessario”. Come avviene la scelta di questo? Forma e contenuto procedono sempre di pari passo?
Il messaggio è il messaggio, me ne frego del medium. Abbiamo lavorato con ogni mezzo, dai più elementari, come telefonate, lettere o addirittura il passaparola, ai più sofisticati, come la rete satellitare o Internet. Scegliamo lo strumento in funzione dell’idea.
I libri ci raccontano sempre di un fatto, un evento, un personaggio che hanno lasciato indelebilmente il segno nel corso del tempo creando uno sconvolgimento dello “status quo”, così nella politica, nelle scienze, nelle arti e in ogni altra disciplina. Il più delle volte i gesti o le imprese di un singolo sono riportati alla mente dei fruitori attraverso la celebrazione dello stesso su una targa: “Qui è nato…eccellente pittore…” oppure: “qui è stata combattuta la battagli di…”.
Il vostro lavoro è una targa commemorativa che ha per soggetto la “storia” in senso lato ma che paradossalmente non commemora nessun evento, luogo, o personaggio in particolare lasciando il fruitore in una condizione di straniamento interlocutivo. A questo punto vi chiedo: chi sono per voi i protagonisti della storia, chi fa la storia, cos’è la storia?
Quella che abbiamo fatto affiggere a Viterbo è una onesta targa che dice la verità dal punto di vista della Storia con la “S” maiuscola: vivi in un palazzo insignificante, dove nessuna persona importante è mai vissuta, nessun fatto storico è mai avvenuto e infine nessun individuo famoso vi vive oggi.
Non bisognerebbe permettere ai morti d’essere più potenti dei vivi. Dobbiamo imparare a dimenticare il passato, a vivere le nostre vite nel nostro tempo.
Mi sembra di capire che il processo di storicizzazione in senso lato non vi interessa, che vivete fortemente il presente lanciando uno sguardo al futuro. In questo modo si riapre la retorica avanguardista per cui, in una furiosa corsa contro il tempo, ciò che è attuale oggi diventa obsoleto domani. In questi termini il processo di storicizzazione diventa immediato.
Dite che non bisogna “permettere ai morti di essere più potenti dei vivi”, che “dobbiamo imparare a dimenticare il passato” eppure il passato è per voi un grande serbatoio a cui attingere (Duchamp, Marinetti, Deleuze, Sex Pistols, Psichedelia ecc.) per manipolare, corrompere, erodere, decostruire e ricocostruire come in un campionamento.
Non è perlomeno paradossale? E poi: qual è la sottile linea che distingue passato e presente? Esiste un presente continuo per cui alcune forme d’arte sono sempre attuali e quindi presenti?
Sì, è paraddossale. Conosci qualcosa che non lo è? Per me la cultura è un enorme cassetta degli attrezzi da cui attingere. Mi interessa il passato solo per saccheggiarlo. Ho una conoscenza della storia lacunosa e totalmente deformata, tutto quello che so l’ho imparato guardando la televisione: i Sex Pistols, il Wu Tang Clan, il comico americano Andy Kaufman, la cultura Hacker e John Belushi. Ultimamente sono ossessionato dalla serie Jackass. Ingerisco tutte queste informazioni in dosi massicce, sempre sbagliate, e poi vomito tutto quanto nelle nostre opere.
Dal 2000 organizziamo un festival annuale chiamato “The Influencers”, al Centro di Cultura Contemporanea di Barcelona, dove invitiamo decine di personaggi provenienti da tutto il mondo a parlare di se stessi: hackers, truffatori televisivi, agitatori culturali, ingegneri robotici sovversivi, preti-performer e chi più ne ha più ne metta. Ogni anno durante la conferenza stampa i giornalisti vogliono capire cosa lega tutti questi personaggi, quale è il tema del festival, e puntualmente io non so rispondere. Però alla fine del festival, che dura tre giorni, il pubblico è sempre entusiasta.
Come in tutti i vostri progetti anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un “falso” e come in “United we stand” anche in questo caso il momento del pronunciamento della notizia coincide con il momento dello svelamento del suo falso. Proprio in quel momento sembra possa nascere una nuova “storia”. Che ruolo gioca la “beffa” nel vostro lavoro?
Il falso è la chiave del nostro secolo. Quasi tutto è falso. L’arte che pretende di essere vera è sicuramente falsa. L’arte che dichiara d’essere falsa è sempre autentica. La cultura “non può” essere vera. Per riuscire a immaginare e realizzare queste opere cancelliamo e ignoriamo il nostro gusto e stile e abbracciamo identità sempre diverse, siano esse una multinazionale come la Nike, un produttore cinematografico Hollywoodiano o l’ente Turismo della Città di Viterbo. Lavoriamo ossessivamente a idee ed immagini che normalmente ignoreremmo.
Se vuoi dire qualcosa devi indossare una maschera, se vuoi essere onesto allora devi vivere una menzogna. Essere se stessi è sopravvalutato, la gente dice “Sono solo me stesso” come se fosse una sorta di raggiungimento, ma questa non è onestà: è mancanza di immaginazione. È uno dei tanti paradossai della mia vita, l’ho capito una notte, guardando “Vanilla Sky”, con Tom Cruise.