D: Storia, tradizione e passato da una parte; presente, novità e futuro dall’altra. Quali sono secondo te le possibilità che ha l’arte contemporanea di porsi in relazione con il passato e con una tradizione a volte ingombrante?
R: Più che di tradizione ingombrante parlerei di tradizione stimolante. Nell’arte del passato risiede la storia della nostra civiltà o meglio del nostro modo di essere civili, nel senso più creativo del termine. Ma la storia è fatta per essere studiata, riletta, capita. E spesso la storia come la tradizione vive dei moti ciclici, ritorna a ricordarci il valore dell’esperienza, nella positività e nella negatività, ritorna ad essere contemporanea. Come l’arte. Ogni arte è stata contemporanea, vive di riflesso della società in cui si sviluppa. Vale la stessa cosa oggi, ancora di più c’è bisogno di una visione attenta e sensibile a ciò che ci circonda per poter esprimere qualcosa di concreto.
D: Come hai accolto l’occasione di intervenire in una realtà ambientale che ha scarsi riferimenti al contemporaneo e che vive una situazione di decentramento?
R: Positivamente. Mi piaceva soprattutto l’idea di portare una parte del mio lavoro in un contesto totalmente estraneo. Sono rimasto affascinato dalla città , questo suo modo di essere molto italiana, il suo centro storico è di per se un opera d’arte. Mi piaceva molto l’idea di fare qualcosa di diverso in un luogo “diverso” dalle mie normali frequentazioni metropolitane. Il fatto poi che ha scarsi riferimenti al contemporaneo non mi interessa, al contrario, mi stimola.
D: Quanto cambia l’approccio dell’autore il confrontarsi con un lavoro destinato ad inserirsi direttamente sul territorio senza l’intermediazione di una galleria o di un museo?
R: Devi essere serio e divertito allo stesso tempo, provare a ironizzare mentre rifletti, rendere l’opera “popolare” perchè deve essere calata tra le persone, persone qualunque, il senzatetto come il manager, la massaia e il prete, il discolo e il chierichetto. È un modus operandi destinato a parlare direttamente alle persone. Destinato a diventare spunto di discussione per tutti. Destinato a piacere, o a provocare. Ma il mio approccio è sempre propositivo, attivo, a volte un po’ crudo, ma quando si mischiano azione e concetto, bisogna cercare di rimanere in equilibrio su una corda, per così dire.
D: Credi che possano esserci degli sviluppi per un’ arte svincolata dai canali istituzionali. Se si, quali?
R: Molte volte mi è stata posta questa domanda. Onestamente penso di no. Penso che è giusto che rimanga sotterranea e un po’ in disparte, se venisse assimilato dai canali istituzionali come una cosa normale morirebbe. E invece è bello vederla sempre rinascere dalle proprie ceneri, almeno per me che sono anche attento osservatore del fenomeno public art. Dopodichè, a chi interessa un arte che non porta guadagno? Che vive solo di emozioni? Che non è vendibile?
D: Uno degli obiettivi dell’iniziativa è sollecitare il pubblico, anche quello che non frequenta abitualmente i luoghi d’arte, ad una risposta attiva. In relazione al tuo lavoro, che tipo di reazione ti aspetti?
R: Non ripeterò i concetti espressi in precedenza, voglio solo invitare la gente a valorizzare ciò che hanno nella loro città come potrebbe farlo un estraneo, un visitatore. Questo discorso vale anche più in generale per ogni città. Semplicemente, mi aspetto che il pubblico veda il mio lavoro e che ne parli dopo averlo visto, che cerchino di interpretarlo e di dargli un senso. Tutto qui, senza bisogno di spiegare.
D: Quali elementi o quale genere di considerazioni hanno influito sulla concezione dell’opera allestita per Cantieri d’Arte?
R: Il fatto che ci siano delle storie nascoste e segrete, dei personaggi da interpretare. Luoghi da valorizzare, piccoli eventi da raccontare. Fantasmi ; il centro storico sembra pieno di fantasmi. Un che di tetro dietro ogni angolo. Ma anche la gioia della vita di giovani studenti che brindano felici. Queste considerazioni mi hanno portato a mettere insieme immagini profondamente diverse tra loro ma che parlano di rispetto, di valorizzazione, di concezione di un moderno concetto di tradizione, volto al futuro. Tutto questo in maniera assolutamente fuori controllo, nel suo essere discreta e gentile.
D: Le tue realizzazioni sono caratterizzate da una vena dissacratoria e ironica; muovendoti dentro il tessuto urbano, variano le tue motivazioni nell’intervenire su delle mura medievali piuttosto che su di un cassonetto di plastica?
R: Come sai non interverrò con gli artefatti su mura antiche, preferisco ammirarle, ma neanche su un cassonetto di plastica. Le motivazioni non variano perchè cerco sempre di trasformare la città in una scenografia di un film, dove l’artefatto è il miglior attore non protagonista. Per quanto riguarda la dissacrazione e l’ironia, cerco di essere anche un pò sadico.
D: Per tua ammissione, ricorri ai mezzi tecnici più disparati per eseguire i tuoi lavori, cos’è che determina e orienta le tue scelte?
R: Sostanzialmente praticità e costi. Mi piace avere il massimo risultato con il minimo sforzo economico. E’ un arte molto pop, e un arte proletaria. Nel senso più positivo del termine ovviamente quello fatto di fatica, tenacia, costanza sul lavoro e lotte. Arte come politica vicina alla gente.