Storia, tradizione, passato da una parte; attuale, presente, nuovo dall’altra. Il contemporaneo diventa a tutti gli effetti uno sguardo preferenziale sulla piattaforma di una tradizione a volte ingombrante che attanaglia la città in un sonno, una stasi, latenti. Quali sono secondo te le potenzialità dell’arte contemporanea come strumento di lettura del nostro passato?
L’arte non può essere letta unicamente in chiave di periodi e cronologia, ma deve essere compresa in tutte le sue forme e manifestazioni attraverso una lettura globale. Il filo comune è l’essere umano in quanto tale, con le sue esigenze primarie e i suoi bisogni intellettuali. L’arte contemporanea si situa, ugualmente a tutti i precedenti periodi storici, fortemente influenzata da molteplici variabili determinate dal contesto economico,sociale, e geografico.
Che tipo di riflessioni ti ha indotto a fare un progetto del genere?
Un progetto site-specific porta sempre con sé una riflessione su un luogo e la storia che lo caratterizza. Da questo punto di partenza si può tentare di attivare un sistema di relazioni e di scambio con le persone, che non sia solo intrusione, ma che susciti dei quesiti e risvegli delle tematiche oramai assopite, riguardo le esigenze, la memoria e le necessità del luogo. L’oggetto scultura in modo anche provocatorio, può aprire un confronto diretto e un dibattito con il tessuto sociale della città.
Hai mai lavorato su un progetto simile, non in termini formali (site-specific) ma in termini di contenuti? Quale è stato il tuo approccio al lavoro? Quanto cambia l’approccio rispetto ad un lavoro commissionato da una galleria o un museo?
L’approccio che intraprendo nello studio di un luogo nasce, oltre che delle personali esigenze estetiche e di ricerca, dalla morfologia, la storia e le esigenze di uno spazio. Un progetto site-specific dovrebbe essere una proposta e non un’ affermazione o una imposizione. Nella galleria e nel museo questo livello di scambio si riduce notevolmente visto il ristretto numero di persone che frequentano questi luoghi rispetto al potenziale numero di persone che interagiscono con un’ esposizione di arte pubblica.
Quale è stata la tua reazione alla possibilità di lavorare ad un progetto in una città che non ha nessuna riferimento nel contemporaneo –voglio dire al sistema dell’arte (gallerie, critici, musei, riviste), l’unica fiera che esiste, Vitarte, è ancora troppo giovane e assolutamente incapace di fronteggiare i colossi nazionali – e che vive una situazione di totale decentramento. Stimolo o frustrazione?
Spesso questi tipi di intervento vengono fatti in città di questo tipo forse perché è più probabile un rapporto diretto con le amministrazioni locali. Certo le risorse sono sempre insufficienti rispetto all’impegno organizzativo ma nelle città dell’arte contemporanea, (con qualche eccezione per Roma, Milano, Torino) l’eccessivo frazionamento delle risorse economiche su innumerevoli progetti rende difficile l’affermarsi di proposte nuove che non abbiano alle spalle grossi sponsor o gemellaggi con grossi centri culturali o musei. A questo aggiungerei che ogni luogo ha le sue specifiche caratteristiche di interesse per cui per l’artista si presenta sempre una situazione con nuovi stimoli.
La città diventa in questo caso museo all’aperto; la fruizione anche se poco avvezza all’ arte contemporanea sarà molto più ampia rispetto ai luoghi tradizionalmente deputati ad accogliere l’arte se non altro per le dimensioni del progetto. Quello che noi curatori ci aspettiamo è una risposta attiva da parte di un pubblico stimolato da interventi di vario genere non solo in termini formali ma anche di contenuto.
Quanto è importante per te il pubblico, che tipo di reazione ti aspetti da parte di questo?
Credo che la città non debba necessariamente diventare museo all’aperto ma che sia invece compito delle opere degli artisti di integrarsi nella città. La provocazione è uno dei modi di attivare delle relazioni, ma anche delle modifiche minime ma mirate possono suscitare un notevole interesse e distogliere lo spettatore dall’assuefazione di ciò che lo circonda. Il pubblico e la sua reazione sono importanti in questo tipo di attività espositive. La reazione è solo in parte prevedibile e questo fattore costituisce uno dei punti reali di interesse e di scambio con l’artista.
I tuoi interventi realizzati a Viterbo, si integrano nel contesto ricoprendo metaforicamente una funzione di sostegno e di tutela delle strutture data la condizione di incuria in cui versano. C'è in questo una intenzione polemica, o perlomeno ironica, nei confronti del modello di conservazione del patrimonio storico-artistico nazionale?
Le città storiche italiane vivono un momento di forti contraddizioni divise tra la conservazione dei beni artistici legate ad un incremento del turismo, e un senso di inadeguatezza rispetto all’innovazione tecnologica e ai cambiamenti proposti da nuovi modelli interculturali. I centri storici si svuotano dei loro abitanti che ricercano una vita più comoda e pratica in periferia. La città rischia di diventare un contenitore vuoto in cui le attività reali dei suoi abitanti sono esclusivamente finalizzate all’accoglienza dei turisti.
La scelta dei luoghi d'intervento che hai operato intende creare un link concettuale. Qual'è il filo rosso che accomuna questi due luoghi?
Visitando la città mi ha sicuramente colpito il fatto che all’interno della ‘Viterbo cartolina’, in pieno centro, possano coesistere situazioni molto differenti. Ad edifici storici perfettamente conservati, immobili e congelati nel tempo si affiancano edifici di uso comune, come l’ospedale e i lavatoi: trascurato il primo e abbandonati i secondi. Il lavatoio pubblico, in particolare, che svolgeva oltre alla funzione pratica, oramai caduta in disuso, di servire per lavare gli indumenti, era un punto di incontro, di scambio e di socializzazione più o meno spontaneo. Oggigiorno un semplice elettrodomestico ha sostituito tutto questo. Nel lavatoio si percepiscono tuttavia ancora le sinergie sociali e di comunicazione che lo dovevano abitare, elementi che oggi non sappiamo più rinnovare o attualizzare in qualcosa di altro.
Hai già partecipato ad alcuni progetti simili, ad esempio InLuogo a Matera e Il giardino immaginato a Firenze. Qual'è secondo te il valore di progetti come Cantieri d'Arte per il territorio? Pensi che il ruolo dell'arte contemporanea in questo caso possa essere solo effimero?
Credo che gli eventi culturali organizzati nel tessuto urbano siano un metodo di rivalutazione degli stessi e possano diventare motivo di ricchezza economica come dimostrano manifestazioni che si ripetono negli anni in altre città e che attirano puntualmente un nutrito pubblico. Il beneficio maggiore è sicuramente rivolto ai cittadini che con il tempo possono sentire propria la manifestazione, entrando in contatto con qualcosa che in realtà già li appartiene, ma attraverso un modo di relazionarsi nuovo e inaspettato.