Storia, tradizione, passato da una parte; attuale, presente, nuovo dall’altra.
Il contemporaneo diventa a tutti gli effetti uno sguardo preferenziale sulla piattaforma di una tradizione a volte ingombrante che attanaglia la città in un sonno, una stasi, latenti.
Quali sono secondo te le potenzialità dell’arte contemporanea come strumento di lettura del nostro passato?
Non si può prescindere la tradizione per una lettura del presente, nemmeno quando si attua un rifiuto, come può essere stato durante le avanguardie artistiche.
Se può esistere un problema questo è quando si crea un conflitto tra il passato ed il presente, quando la città sogna il proprio passato in una fantasmagoria dove non c'è spazio per il presente, figurarsi per il futuro.
Penso a città come Pisa o Firenze dove sono cresciuto, esse presentano analogie simili a Viterbo in cui necessariamente il passato è una presenza necessaria nella vita economica e sociale, che diviene limitante per chi cerca di crescere e offrire delle proposte.
Che tipo di riflessioni ti ha indotto a fare un progetto del genere?
Quando ho letto il progetto della manifestazione ho notato che l'intento dei curatori era creare una sorta di "effetto Bilbao" che investisse la città di Viterbo di contemporaneità.
Inizialmente avevo pensato ad una contrapposizione formale tra le linee postmoderne del museo Guggenheim di Bilbao, manifesto dell'architettura contemporanea e gli scorci medievali viterbesi.
L'idea era di applicare in una delle sue piazze una stampa su pvc del profilo del museo che evocasse questa "presenza", grande come una pubblicità.
Successivamente, durante il sopralluogo, ho pensato il progetto in termini più "situazionistici" sfruttando mediaticamente il nome del famoso museo, e non più solamente il suo aspetto formale, per creare delle aspettative turistico-culturali a possibili fruitori interessati alla omonima collezione contemporanea in una fantomatica visita a Viterbo.
Hai mai lavorato su un progetto simile, non in termini formali (site-specific) ma in termini di contenuti? Quale è stato il tuo approccio al lavoro? Quanto cambia l’approccio rispetto ad un lavoro commissionato da una galleria o un museo?
Forse con gli adesivi e le pseudo installazioni urbane il contenuto era un esperimento nell'ambito della comunicazione al limite del situazionismo.
In primo luogo è importante avere un progetto sensato, in secondo luogo può essere finanziato da una galleria o da un museo.
Quando il site-specific si limita al livello formale allora è l'aspetto più semplice.
quando invece la relazione tra opera e contesto è di concetto allora esiste uno scarto in più.
Mi viene in mente a questo proposito "Base del Mondo" di Manzoni.
Quale è stata la tua reazione alla possibilità di lavorare ad un progetto in una città che non ha nessuna riferimento nel contemporaneo – voglio dire al sistema dell’arte (gallerie, critici, musei, riviste), l’unica fiera che esiste, Vitarte, è ancora troppo giovane e assolutamente incapace di fronteggiare i colossi nazionali – e che vive una situazione di totale decentramento. Stimolo o frustrazione?
Una delle sfide maggiori è trasformare le frustrazioni in stimoli.
In questi termini una Mostra più o meno provinciale che sia, può offrire molti stimoli.
La città diventa in questo caso museo all’aperto; la fruizione anche se poco avvezza all’arte contemporanea sarà molto più ampia rispetto ai luoghi tradizionalmente deputati ad accogliere l’arte se non altro per le dimensioni del progetto. Quello che noi curatori ci aspettiamo è una risposta attiva da parte di un pubblico stimolato da interventi di vario genere non solo in termini formali ma anche di contenuto.
Quanto è importante per te il pubblico, che tipo di reazione ti aspetti da parte di questo?
Statisticamente parlando la maggior parte del pubblico non si accorgerà del banner pubblicitario.
Una minoranza lo noterà, e qualcuno di questa minoranza potrà essere interessato ad una mostra del genere.
Pochi saranno quelli che prenderanno sul serio quella pubblicità e ancora meno chi deciderà di visitare l'evento inesistente.
Chi può dire quanti si porranno il dubbio sulla reale possibilità della visita per la "collezione più importante al mondo" (come recita il sito ufficiale della fondazione) nella città di Viterbo.
L'installazione a differenza delle pubblicità, non ha bisogno di funzionare in termini di mercato, ma attua un esperimento .
Il tuo lavoro per “Cantieri d’arte” consiste i un banner 6x3 metri che introduce strategicamente alla mostra in città attraverso una delle porte più antiche. Una sorta di pubblicità dallo straordinario effetto comunicativo su una fantomatica collezione “Guggheneim”. Attraverso dei lavori che mettono a dura prova un passato denso di storia e tradizione Viterbo rinasce dalle sue ceneri come una sorta di fenice. “Effetto Bilbao” o mera provocazione?
Il tipo di lettura dipende dalla sensibilità e dai presupposti del fruitore.
Hai sempre lavorato per strada su spazi molto grandi e anche quando sei venuto a Viterbo per il sopralluogo hai cercato subito uno spazio di ampio respiro che potesse accogliere al meglio il tuo banner. Certo l’oversize è di grande impatto ma non è una prerogativa indispensabile per la comunicazione del messaggio. Quanto è importante per te quest’ultimo aspetto?
Dipende dal tipo di intervento e dall'intento che si vuole mettere in scena.
Può funzionare un piccolo disegno o una gigantografia, il contesto è importante solo per lo spunto che ne deriva, sempre se si è interessati all'ormai inflazionato site-specific.