La quarta edizione di Cantieri d’Arte si propone, rispetto alle precedenti, un’indagine sulla città di tutt’altra natura: la lettura e l’approccio teorici non saranno più di carattere storico – sociologico bensì di carattere più strettamente visivo-percettivo. Perciò l’interesse non sarà più rivolto alla città legata alla sua storia, alla sua tradizione, al suo folklore, bensì alla città nel suo carattere strutturale e nella sua dimensione attuale, contemporanea: pop. L’angolo privilegiato di osservazione sarà quello rivolto alla capacità che la città ha di comunicare se stessa attraverso suggestioni non necessariamente realistico – mimetiche ma piuttosto rappresentative quando non anche utopico – visionarie.
Il progetto sarà suddiviso termporalmente in due sezioni: una prima – spiazzamenti – in cui l’intervento installativo occuperà una delle piazze delle città di Viterbo e il chiostro del Museo dell’Opera di Guido Calori di San Gemini producendo interferenze della visione e percezioni stranianti dello spazio urbano.
La seconda – (sotto)passaggi e murati fuori! – svilupperà invece il rapporto sul confine della città tra l’interno delle mura perimetrali della città medievale e l’esterno su cui si affaccia la città contemporanea. In questo caso verranno realizzati due diversi tipi di interventi: il primo nel sottopassaggio pedonale di Piazza Crispi, vero punto di congiunzione tra interno ed esterno, che sarà trasformato in una sorta di galleria urbana dall’intervento permanente di un unico artista; il secondo che si svilupperà invece lungo l’anello perimetrale esterno alle mura (murati fuori!) e vedrà la presenza di una serie di poster installati negli spazi che solitamente sono impiegati per le promozioni pubblicitarie. Entrambe questi ultimi due interventi verranno realizzati in collaborazione con la Panta CZ, società di comunicazione e pubbliche relazioni di Viterbo.
Cantieri d’Arte, progetto d’arte pubblica capace nel corso della sua storia di realizzare opere pubbliche che hanno destato clamore e forti echi mediatici, torna con una pubblicazione sul quarto anno di attività: Visioni Urbane Contemporanee. Dalla partecipazione di Laboratorio Saccardi fino al lavoro permanente del gruppo a12, il libro racconta i differenti progetti site specific realizzati dagli artisti invitati.
Ma il catalogo non raccoglie solo le esperienze realizzate tra Viterbo e San Gemini ma presenta inediti progetti editoriali, Visioni, appositamente realizzati per questa pubblicazione. Le interviste ai singoli artisti ne chiariscono, infine, l'approccio e l'intenzionalità del lavoro dandone ai lettori un valido strumento di interpretazione.
A cura di: Michele Benucci, Marco Trulli, Claudio Zecchi
Testi: Laura Barreca, Elisabetta Cristallini, Patrizia Mania, Anna Mattirolo, Antonello Ricci
Gangemi Editore
La Fondazione Museo dell’Opera di Guido Calori, in occasione della manifestazione Cantieri d’Arte 2008, presenta l’installazione INTERNO CHINA di Flavio Favelli. Questa opera, pensata site specific per il chiostro seicentesco del Museo, continua a rafforzare il rapporto della Fondazione con l’arte dei nostri giorni. Il cammino iniziato nel 2006 con l’installazione di Paul Wiedmer, proseguita poi con quella di Riccardo Murelli nel 2007, ha permesso di interpretare questo spazio in modi interessanti e differenti. Wiedmer ha costruito una struttura metallica sviluppata in altezza, intrinsecamente legata con gli spettatori che la rendevano “viva”, azionando, attraverso cellule fotoelettriche, getti di fuoco che fuoriuscivano dalla stessa; Murelli invece ha compresso le linee spezzate caratteristiche del suo lavoro dentro gli archi del portico, giocando con la luce che li inondava e ricercando l’integrazione con l’architettura. Oggi Favelli pensa il chiostro come metafora di uno spazio urbano, caratterizzato dalla presenza ingombrante del colore nero, nel quale sembra galleggiare, attraverso eccezionali riflessi, la sua scultura. L’opera nel complesso suscita forti suggestioni emotive, si impone nel chiostro occupandolo totalmente e, convogliando lo spettatore nell’ambulacro, sovverte così la sua consueta percezione. L’enorme superficie nera (circa 12 x 9 metri) sembra quasi calata dall’alto, incastrata tra i pilastri fino a coprire completamente il pozzo che si trova nel mezzo. Questo elemento centrale, così nascosto, funge ugualmente da punto focale, divenendo il piedistallo della scultura. La calda architettura del quadriportico, con il quale l’installazione è costretta “forzatamente” a dialogare, assume eleganti contrasti tonali, insolitamente nuovi nel tessuto edilizio medievale del borgo umbro.
Michele Benucci
di Laura Barreca
Flavio Favelli ci racconta di spazi e architetture, di luoghi silenziosi, appartenuti alla propria memoria, ma anche di un vissuto lontano da sé, e soprattutto racconta di atmosfere in bilico tra verità e finzione, una condizione psichica che lo spettatore coglie in uno stato misto di attrazione e inquietudine una volta che vi si trova immerso. Tutto di solito comincia dalla scelta dei materiali e degli oggetti, spesso di riuso, con cui l’artista si misura valutando diversi aspetti: la qualità della materia, l’intensità del colore, le curve del legno o della plastica, l’impercettibile patina che il tempo posa sulle cose, che le carica di significato e di storia. A quel punto non è necessario chiedersi a cosa serve un vaso coperto da un piatto o un cancello che non si apre, uno specchio che non riflette o un letto di mattoni in cemento, perché nella maggior parte dei casi gli oggetti che compongono queste opere perdono funzione e accessibilità, ricondotti in una dimensione altra, squisitamente concettuale, prima che materiale.
La manipolazione sugli oggetti esercitata dall’artista consiste quindi in un atto di decostruzione e di riassemblaggio in nuove forme scultoree, immagini e creazioni originali dal gusto antico che nel caso delle grandi installazioni realizzate in spazi pubblici - come la recente Sala d’attesa alla Certosa di Bologna - letteralmente impegnano tutto lo spazio, ne alterano la percezione, accolgono il visitatore circondandolo di suggestioni solo apparentemente anonime. La modalità di riattribuzione semantica adottata da Favelli è concettualmente affine alle sculture dell’inglese Rachel Whiteread. Con le necessarie differenze, però. Se nelle sculture monolitiche generate dai vuoti della materia la Whiteread dà vita a superfici uniformi e livellate, quasi sempre monocromatiche, negli assemblages di Favelli al contrario, è proprio la natura stessa della materia, i contrasti generati dall’accostamento di vecchi monili, vetri, bottiglie, che muove e regola la costruzione della scultura. Di fatto, è questa una tecnica di sovrapposizione e accumulazione che nell’opera dell’artista inglese si ottiene, viceversa, per sottrazione di materia. In questa prospettiva la scelta degli oggetti nella pratica artistica di Favelli è fondamentale; nient’altro come il legno di un vecchio mobile Liberty, o la sofisticatezza dell’intarsio di una cornice ottocentesca dona all’opera una dimensione estetica e storica unica, un’essenza originale, che fa della ricerca meticolosa e quasi ossessiva dell’oggetto ritrovato il perno attorno a cui ruota il concetto stesso di scultura.
Lo stesso vale nelle composizioni realizzate con vecchi tappeti: grandi patchwork ottenuti cucendo e accostando insieme stuoie di varie fogge e colori, tessuti sbiaditi dal tempo e lisi dall’usura, convertiti simbolicamente in nuovi esemplari estetici, come un grande testo trascritto con ago e filo dalla mano dell’artista. Nell’opera di Favelli non c’è spazio né per la commozione, né per l’indulgenza, la riflessione scaturita dalle opere mira dritto alla comprensione di chi guarda, senza preamboli, senza indugio.
Così accade nel pavimento rialzato color nero china creato specificatamente per il chiostro del Museo Guido Calori, con una scultura che amplifica la centralità del pozzo, antica unità di misura dello spazio delle architetture religiose rinascimentali. Allo spettatore è permesso girare attorno alla scultura che interessa la parte centrale del pavimento del chiostro, ma non può attraversarla, perché come in una scultura a tutto tondo, il pavimento rappresenta la base su cui si innesta l’intervento sul pozzo. Ecco che da pochi, fondamentali elementi si percepisce con forza l’essenza originale dell’opera di Flavio Favelli.
Per il secondo anno consecutivo Cantieri d’Arte e Panta CZ presentano Spazi Manifesti, progetto speciale di public art il cui scopo è quello di sviluppare una lettura della città da un punto di vista ottico-percettivo: non un’analisi dal punto di vista storico-sociologico bensì una rilettura dello spazio urbanistico e architettonico nella loro accezione contemporanea focalizzando l’attenzione in modo particolare su quel confine perimetrale, individuato dalle mura medievali, che segna una forte dicotomia tra il passato e il presente.
Il progetto, in maniera più articolata rispetto alla passata edizione, accoglierà quest’anno due diverse tipologie di intervento:
Il sottopassaggio pedonale che collega Porta della Verità con Piazza Crispi, vero e proprio punto di giunzione tra la città medievale e la città contemporanea, trasformato per l’occasione in una sorta di galleria urbana, ospita il progetto audiovisivo dal titolo “Whispers” (sussurro) realizzato dal gruppo di artisti siciliani Laboratorio Saccardi.
Attraverso un’attenta lettura della location che lo accoglie, i Saccardi mettono assieme le molteplici facce del loro lavoro che si sviluppa nel segno di una sintassi ludica e dissacratoria. Il sottopassaggio rappresenta infatti un luogo ideale, e metaforicamente e concettualmente, per una lettura dinamica della città. Varcato quotidianamente da centinaia di persone, ben si presta ad una visione immediata e a un coinvolgimento “distratto” incapace di riconoscere, nel caso dell’intervento audio, lì dove finisce la realtà e dove inizia l’opera. I 60 minuti di cui è composto non sono nient’altro che la riproduzione dei “suoni” che scandiscono la quotidianità di ognuno di noi: rumori, bisbigli, segnali e il silenzio che, sulla scorta della lezione di Cage, assume un ruolo fondamentale volto, in questo caso, a sottolineare e amplificare i suoni, rendendoli più vibranti e creando suggestivi effetti di attesa e sospensione.
L’atmosfera irreale generata dal suono viene spezzata bruscamente da una serie di manifesti che, sottoforma di collage digitali, riprendono quelle tematiche politiche, sociali o più strettamente connotabili all’interno del linguaggio artistico in senso stretto, care al gruppo. I poster perciò hanno il compito di connotare corporalmente un ambiente estremamente suggestivo dando allo spazio un forte contrappunto materiale.
Infine, l’universalità del messaggio che riguarda con intenzionalità contenuti politico-sociali di largo interesse si restringe, trovando il suo ribaltamento ideale, nell’intervento pittorico effettuato perlopiù nella parte bassa del sottopassaggio. Collage e pitture animano il contesto con ampi riferimenti all’immaginario della comunicazione mediatica, attraverso manipolazioni ironiche e dissacratorie. Il progetto nel suo complesso è concepito come spazio aperto volto a creare una dinamica dialettica tra lo spettatore e l’opera.
“Tranquilli, il meglio è passato”, è ciò che afferma in modo poco rassicurante Laboratorio Saccardi, citando Ennio Flaiano, alla fine del percorso, una volta che, usciti dal nucleo storico della città, si giunge all’espansione contemporanea della stessa.
Murati fuori!, parte finale del progetto Spazi Manifesti che si sviluppa lungo Via Raniero Capocci, intende evidenziare in ultima analisi la discontinuità del tessuto urbano disegnata dalle mura perimetrali della città medioevale. L’obiettivo che s’intende perseguire, attraverso “l’occupazione” temporanea di impianti di diverso formato, struttura e natura (poster, paline, giugiaro ecc.), che solitamente vengono utilizzati per la promozione pubblicitaria sul territorio, è un’analisi ideale sulla struttura urbanistico-architettonica sorta immediatamente fuori dall’anello perimetrale delle mura cittadine. Grazie all’intervento di artisti come Elena Arzuffi, Andrea Mastrovito, Andrea Salvino e di Sebastian Comelli, artista vincitore del bando “Spazi Manifesti”, linguaggi di diversa natura si confrontano immersi nel contesto urbano proponendo letture e visioni altre della città in bilico tra antico e contemporaneo.
Nell’ambito della conferenza di inaugurazione di Spazi Manifesti, special project di “Cantieri d’Arte - Visioni Urbane Contemporanee”, svoltasi il 27 Novembre presso la Sala Conferenze della Provincia di Viterbo, è stato annunciato il nome del vincitore del bando per giovani artisti Spazi Manifesti promosso da Cantieri d’Arte in collaborazione con l’agenzia di pubbliche relazioni PantaCZ.
Sebastian Comelli, artista romano, è risultato essere il vincitore del bando con il progetto“Murati fuori”:sei immagini, fronte retro, di giovani ripresi nell’atto di urlare di fronte alle mura civiche di Viterbo, sono un chiaro riferimento alla necessità di aprire la città al contemporaneo e di creare un nesso prolifico tra passato e futuro.
La giuria, composta da Stefania Vannini per la Sezione Arte della PARC – Direzione Generale per la qualità del paesaggio, l’arte e l’architettura contemporanee, Elisabetta Cristallini, professoressa di Storia dell’Arte Contemporanea e Patrizia Mania, professoressa di Storia dell’Arte dei Paesi Europei presso l’Università della Tuscia, Marco Trulli e Claudio Zecchi, curatori del progetto Cantieri d’Arte e Gianni Obino, dell’agenzia di comunicazione Panta CZ, ha esaminato i numerosi lavori pervenuti sul tema proposto e ha ritenuto in modo unanime di premiare il progetto di Comelli per “la grande semplicità e impatto delle immagini proposte dall’artista, in piena sintonia con lo spirito del progetto e perfettamente integrate in un terreno complesso come quello della comunicazione urbana”.
La giuria inoltre, vista la validità dei progetti in esame, ha deciso di menzionare “Brecce”, opera di Sonia Giambrone, “Vox Populi” di Adalberto Abbate e “La repubblica del 16 Ottobre 2008” di Blank About. I lavori menzionati saranno pubblicati sul catalogo di “Cantieri d’Arte – Visioni Urbane Contemporanee”.
Spiazzamenti è il titolo del'ultimo cantiere della manifestazione “Cantieri d’Arte – Visioni Urbane Contemporanee”, giunta quest’anno alla sua quarta edizione.
Il gruppo di architetti A12 è stato chiamato a realizzare un progetto site specific per una dei luoghi più interessanti dal punto di vista geografico della città: Piazza dei Caduti.
Snodo importante del traffico urbano all’interno delle mura cittadine, Piazza del Sacrario si caratterizza anche per un altra importante presenza: il passaggio nel sottosuolo del fiume Urcionio. Intubato nel primo dopoguerra è stato inizialmente fonte di vita e di energia per la città. Con il loro intervento gli A12, attraverso un sistema sonoro che riproduce il suono delle acque, ne rievocano emozionalmente la presenza creando suggestioni sopite da tempo.