Storia, tradizione, passato da una parte; attuale, presente, nuovo dall’altra. Il contemporaneo diventa a tutti gli effetti uno sguardo preferenziale sulla piattaforma di una tradizione a volte ingombrante che attanaglia la città in un sonno, una stasi, latenti. Quali sono secondo te le potenzialità dell’arte contemporanea come strumento di lettura del nostro passato?
All art has been contemporary! Anche gli etruschi hanno prodotto arte contemporanea. Senza la capacità di leggere ed interpretare ciò che di significativo è stato fatto dalle antiche civiltà non si crea nulla di nuovo, di interessante. Per questo mi sembra che si debba intervenire nella città per operare dei segni di presente, al pari delle epoche precedenti.
Che tipo di riflessioni ti ha indotto a fare un progetto del genere?
Ho trovato una situazione monumentale molto classica, austera. Un chiostro, le arcate. Così ho pensato in tridimensionale, una ridefinizione plastica del contesto. Partendo dall’elemento centrale, dal pozzo, del volume di un metro cubo, ho immaginato questo ripetersi modulare di cubi che determina una torre sfalsata. Operare in situ, per un luogo preciso, mi stimola in modo particolare. Questa scultura potrebbe anche essere trasportata in un altro luogo, ma perderebbe di forza comunicativa, di impatto.
Hai mai lavorato su un progetto simile, non in termini formali (site-specific) ma in termini di contenuti? Quale è stato il tuo approccio al lavoro? Quanto cambia l’approccio rispetto ad un lavoro commissionato da una galleria o un museo?
Lavoro spesso a progetti di questo tipo. Quando devo preparare una mostra in galleria o in un museo cerco sempre di realizzare dei lavori per il contesto di esposizione. Solo così una mostra riesce ad imporsi con una forza sempre nuova.
Quale è stata la tua reazione alla possibilità di lavorare ad un progetto in una città che non ha nessuna riferimento nel contemporaneo –voglio dire al sistema dell’arte (gallerie, critici, musei, riviste). Quali stimoli ti provoca lavorare in questo contesto?
In arte non esiste la periferia. L’artista esegue l’opera quasi sempre per se stesso. E comunque a San Gemini potrebbe verificarsi un approccio all’opera anche più rispettoso ed attento di una situazione globalizzata come New York o Berlino. Nel mondo odierno credo che la periferia non esista più. Il web ha cancellato le distanze.
La città diventa in questo caso museo all’aperto; la fruizione anche se poco avvezza all’ arte contemporanea sarà molto più ampia rispetto ai luoghi tradizionalmente deputati ad accogliere l’arte se non altro per le dimensioni del progetto. Quello che noi curatori ci aspettiamo è una risposta attiva da parte di un pubblico stimolato da interventi di vario genere non solo in termini formali ma anche di contenuto. Quanto è importante per te il pubblico, che tipo di reazione ti aspetti da parte di questo?
Non si può sapere che tipo di reazione ci sarà. Non è prevedibile. Di sicuro la gran parte dei visitatori che parteciperanno alla mostra conosce bene questo luogo. Ne serba un ricordo, una percezione ormai assuefatta. Non si aspetta di veder scomparire il pozzo. Così l’osservatore si trova inconsciamente ed improvvisamente nell’arte, senza aspettarselo entra direttamente ad integrare la scultura.
5 m³ per San Gemini è un progetto che stravolge completamente l’apparente tranquillità del chiostro seicentesco. Perché hai inteso formulare un contrasto così forte con il contesto?
Mi sembra che il chiostro viva solo del suo passato. Per questo ho sentito l’esigenza di inserire un cambiamento determinante, un radicale stravolgimento del modo di osservare il luogo, delle coordinate spaziali. Ho voluto, anche se temporaneamente, introdurre un elemento vitale, per rianimare il luogo.
Come nelle altre opere, l’animazione cinetica della scultura intende disorientare lo spettatore, sorprenderlo. Mi sembra però che in questo lavoro l’elemento scenico sia ancora più forte. E’ così?
In effetti l’opera ha una grande forza scenica. Alta cinque metri, al centro di uno spazio molto limitato, ed animata da acqua, aria, fuoco, luce. E’ come se fosse una performance senza performer. Quando hanno costruito questo chiostro non hanno avuto la possibilità di installare una scultura come questa, allora l’ho realizzata io.